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"Andiamo a vedere Chiello?"

mesposito238
29 giu
Tempo di lettura: 4 min

“Papi, andiamo a vedere Chiello?”.

Chiello, non sarà un caso che nel nome sia contenuto il dubbio, la domanda.

Chi è...?

“Ma come papi, il cantante. È andato pure a Sanremo”.

Amore mio, innanzitutto la grammatica riserva l’articolo determinativo esclusivamente a “persone, animali o cose precise e già note”. Considerata la dubbia fama della persona, dell’animale o della cosa, prudenzialmente avrei anticipato il sostantivo con un comunque generoso articolo indeterminativo.

Poi, Sanremo. Certo anche Capo Verde è approdata ai mondiali, ma l’attaccante Livramento, dicono il più rappresentativo della squadra africana senza storia, non credo vanti molti seguaci sui social, oltre a qualche irriducibile familiare particolarmente stretto e irriducibile.

E a guardare la classifica finale di Sanremo, Chiello è arrivato 25esimo. Peggio di lui hanno fatto solo in 5 oltre al Bari finito dannatamente in serie C.

Ma questo è un altro dolore.

“Arianna, pure il biglietto dobbiamo fare?”.

Per fortuna a scongiurare almeno il danno dopo la beffa la notizia che il concerto sarebbe stato con ingresso libero. Il viaggio con a fianco la sognante Arianna e sul sedile posteriore la sonnecchiante Oki è iniziato di buon mattino. Destinazione San Benedetto del Tronto. Guidando mi sono chiesto dopo quante canzoni di fila normalmente la sagra assume la dignità di concerto. Non ho condiviso il dubbio con mia figlia per non inciampare nella sua permalosità adolescenziale. Onestamente ho fatto fatica a ricordare la canzone di Sanremo, peggio ad immaginare un repertorio.

La mia inadeguatezza non si è sciolta neanche con la riproduzione a ciclo continuo su Spotify. Una sentenza lunga 379 km, 403 con le immancabili deviazioni per lavori ed incidenti.

“Arianna, ma perché dobbiamo arrivare a mezzogiorno se il concerto è alle 21 e i cancelli del parco li aprono alle 18?”. Si sarebbe esibito in un parco, come le oche a Largo 2 Giugno.

“Papi, voglio stare in prima fila”.

Stupido io a chiedere.

Nella mia carriera di padre vorrei esaudire qualunque desiderio di mia figlia. Scoraggiato neanche dai sensi di colpa generati dalla dottrina sull’educazione da talk show dello psicologo e all’occorrenza sociologo, Paolo Crepet.

Mi sono documentato. Wikipedia mi ha svelato che Chiello, all’anagrafe Rocco Modello, cantante e anche cantatore, quindi con lo stesso codice Ateco di Francesco De Gregori, è nato a Venosa. Molto prima di lui, nello stesso comune lucano, sono nati Orazio Flacco, poeta dell’Impero Romano. Carlo Gesualdo, compositore del tardo Rinascimento. Manfredi di Sicilia, figlio di Federico II. E Giacomo Di Chirico, pittore dell’800. Per ultimo, nel 1999, Rocco Modello, in arte Chiello.

Che pure Google in ricerca mi aveva restituito un “Forse cercavi…?”, seguito da un variegato elenco capeggiato da Rocco Siffredi, a seguire Papaleo, Hunt, Casalino fino a Rocco e i suoi fratelli…. Per Rocco Modello, in arte Chiello, a dire la verità ho dovuto insistere. 

Sempre secondo Wikipedia, Chiello canta da quando aveva 12 anni, “spaziando tra la trap, il cantautorato, l’emo rap e l’indie pop”. Del resto a Venosa cos’altro avrebbe potuto fare...

Arrivati al Parco con raccapricciante anticipo abbiamo notato un disarticolato gregge di ragazzine in reggiseno, con volti disordinatamente forati dai piercing e capelli sciattamente colorati. Pensavamo fosse la fila per il bagno. Neanche troppo lunga. Ed invece erano quelli arrivati prima di me, la sognante Arianna e la sempre scodinzolante Oki. Mia figlia si è buttata entusiasta nel sudaticcio gregge. Con la maglietta ovviamente cucita addosso e le sole lentiggini ad animarle il viso. Io e l’inconsapevole Oki abbiamo mantenuto le distanze. A cancelli aperti ci saremmo defilati cercando gloria, pace e dignità altrove.

Nell’attesa ho visto che un gruppo di sgraziate ragazzine di Teramo ha accerchiato Arianna. Che fossero di Teramo l’ho scoperto avvicinandomi per comprendere l’idioma e l’animosità dei gesti. Non so perché, ma ho sempre immaginato che i gruppi di Teramo andassero soltanto a Santa Rita.

Alla povera Arianna che con coraggio e senza alcun piercing rivendicava la sveglia all’alba e i suoi 379 km, 403 con le immancabili deviazioni per lavori ed incidenti, contestavano non avesse il numero che regolasse l’ordine di arrivo per aggiudicarsi il posto migliore sotto il palco. Quindi nessuna precedenza.

Non una regola scritta, ma una consuetudine tra fans mi hanno spiegato gli stewards condannati con me ed Oki a rosolare a fuoco lento sotto un sole ancora feroce. Sono intervento non per fare il padre, ma da piacere interessato. Ho fatto notare che la matematica fino a quel momento avrebbe consentito a tutti di stare in prima fila. E infatti, quelli poi condannati alla seconda e terza fila, sono arrivati un paio di ore dopo. C’erano più invitati alla festa per i 60 anni di mio cognato.

Spalancati i cancelli io e la festante Oki siamo andati via per ritornare sulle note dell’ultima canzone della stitica scaletta. Ci siamo ripresi Arianna e siamo tornati a casa. 379 km, 403 con le immancabili deviazioni per lavori e nonostante gli incidenti finalmente risolti.

La voce di Arianna è rimasta sotto il palco. Gli occhi erano lucidi per la meraviglia. Il sorriso disegnato da una gratitudine infinita. In questo buffo affresco con le lentiggini il valore di un concerto senza prezzo.

Ho realizzato un desiderio. Quello di Arianna e anche il mio, ma che non sapevo di avere. Intanto, guardandoci l’uno tra le braccia dell’altra, Oki non ha mai smesso di scodinzolare.










29 giugmo 2026

 
 
 

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