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Il diritto a stare male

  • mesposito238
  • 5 giorni fa
  • Tempo di lettura: 2 min

Ci sono giorni in cui mi sento particolarmente rotto. Giorni in cui preferisco guardare i pezzi piuttosto che rimetterli insieme. Giorni in cui sento allungarsi la crepa che mi attraversa. E più oscillo più si allarga, lasciando passare una stanchezza che non urla, ma che si fa sentire. Giorni in cui rivendico senza vergogna e senza raccontarlo il diritto a non farcela, a non capire, a cambiare idea, a tenermi l’umore che mi è capitato senza la necessità di cambiarlo perché addosso non mi sta affatto bene. Giorni in cui vorrei mi fosse riconosciuto il diritto a stare fermo. A non andare da nessuna parte, nonostante tutti dicano che bisogna andare avanti. Giorni in cui mi piacerebbe crogiolarmi nelle emozioni, senza dare necessariamente la caccia alla ragione. Giorni in cui non so che farmene di una spiegazione. Giorni in cui vorrei riconoscere la cittadinanza alla sola confusione, come scrive Lorenzo Marone in uno di quei libri che non capitano mai per caso. Giorni in cui i pensieri sono aggrovigliati come luci natalizie. Che poi, chissà perché, per venirne a capo le devi accendere tutte insieme con l’intermittenza che acceca e non sbroglia. Giorni in cui qualunque scelta sembra essere il risultato di un referendum interiore. Giorni in cui sono stropicciato. Giorni in cui non aspetto che il dolore passi, ma semplicemente mi attraversi. Giorni in cui vorrei che nessuno si senta responsabile di trovare una strada per me, di pescare la frase appropriata dal biscotto della fortuna. Ci sono giorni in cui vorrei avere accanto un compagno di malinconia che prenda le mie lacrime per piangere insieme a me, senza invocare che da questo corpo esca la forza per reagire. Vorrei che un giorno almeno uno capisca che il peggio non è passato costringendomi a stare meglio.

Perché stare meglio non è un obbligo, ma un desiderio.

Dalle malattie si può guarire, quasi sempre. Dalla violenza no o quasi mai.

Ci sono giorni in cui vorrei restare smarrito, senza una storia da raccontare, senza la battuta pronta che mi faccia svoltare e che convinca tutti che non stia poi così male.

Un giorno vorrei imparare il kintsugi, la filosofia giapponese dell’aggiustare piuttosto che rinunciare e disfarsene. L’abilità con la quale certi maestri riparano con l’oro le ceramiche rotte, non per nascondere le crepe, ma per renderle visibili, preziose. L’arte paziente che fa delle fratture, così come per certi tagli sul viso, parte della bellezza.

"Non voglio più nascondere il dolore, ma dargli luce. Il dolore non va rimosso, ma dorato come fanno i giapponesi con le ceramiche rotte. Non curato, ma riconosciuto. Non superato, ma abbracciato con delicatezza". Vorrei che la vita me lo lasciasse fare.

Stare male è un diritto di ciascuno.

Anche il mio.









2 giugno 2026

 
 
 

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