Separarsi senza rompersi
- mesposito238
- 5 ago
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Aggiornamento: 5 ago
“Non scrivere nulla”, mi ha detto all’indomani dell'ultima udienza un amico che mi vuole bene.
L’ho fatto, ma faccio sempre una fatica enorme ad accettare di non fare nulla. Perché penso che le parole facciano meglio del silenzio, l’azione dell’inerzia. Scrivere è la mia psicoterapia, soprattutto all’indomani di giorni più difficili degli altri. È la strada che ho scelto di percorrere, per comprendere, elaborare e sopportare un dolore che senza parole sarebbe stato insopportabile. Ma il mio amico che mi è davvero amico aveva ragione, perché ci sono pensieri delicati che non è opportuno affidare a chiunque e l’indomani non è quasi mai il momento giusto per farlo. Non tutte le mani sono pronte ad averne cura. E allora è meglio tacere, non per cancellare, ma per accomodare nella memoria. Arriverà il giorno in cui lascerò andare tutto. Arriverà il giorno in cui tirerò un sospiro lungo e mi svuoterò di questo peso. Il giorno in cui butterò all’aria l’ordine faticoso che ho costruito. Lascerò che chiunque sappia perchè ho bisogno di spazio, non di comprensione. Ho bisogno di spalancare le finestre facendo passare aria tra tutto questo dolore. Non è della verità che sto parlando. Quella è già scritta nonostante mercenari del diritto si esibiscano in goffe acrobazie retoriche che solo ad ascoltarle lasciano la nausea del mare in tempesta. Quando il mare non sarà più furioso io libererò i pensieri, trasformandoli in parole che non avranno mai l’odore sgradevole della retorica.
I pensieri che tieni dentro marciscono. E il dolore che non passa prima o poi uccide. Raccontare i pensieri è l’unica cura. Per me, per chiunque non abbia idea che esista sempre una bugia che riesca ad offendere la verità.
Ascoltando il consiglio ho voluto vivere il silenzio come un momento di dimenticanza, così come lo definiva Totò. Un momento vissuto fuori da me prendendomi cura non del mio dolore, ma del dolore di un amico, un altro. Perché se ci sono altri che ci appartengono, ci appartiene anche il loro dolore.
Ho visto un bambino che nel letto continuava a stringere il suo giocattolo preferito pur sapendo che fosse irrimediabilmente rotto. Il suo giocattolo un tempo si chiamava amore. Ho letto che c’è un gesto antico e silenzioso che la natura compie ogni anno. Si chiama “abscissione”. È il momento in cui una foglia, ormai matura, si separa dal ramo. L’albero non la trattiene, non le chiede di restare per sempre, non la convince che senza di lei sarà spoglio, la lascia andare, e in quello stesso gesto si prepara ad una nuova forma di bellezza.
L’abscissione in natura non è un fallimento, ma un addio che non fa rumore. È l’arte di separarsi senza rompersi. Le piante lo fanno ogni anno, con grazia. Noi invece tratteniamo: persone, lavori, ricordi, passioni. Ma trattenere non è amore. Trattenere talvolta è paura. È restare attaccati anche quando la linfa non circola più. L’abscissione ci insegna che la separazione può essere nutrimento per ciò che verrà, non una condanna. Stringere non serve. Trattenere fa male.
Io stesso non sempre, talvolta mai, riesco a farlo. Faccio fatica a lasciare andare. L’istinto è meno affascinante ma più ostinato della filosofia. Non significa non essere maturi, ma non essere semplicemente pronti. Con questa consapevolezza ho detto al mio amico di aspettare il tempo necessario per lasciarsi convincere dalla ragione. Il tempo che non si può evitare è il tempo del dolore. Senza dolore non c’è guarigione.
“Amico mio è stato bello oppure un disastro, ma ora basta. A volte la fine è necessaria e ha il sapore della liberazione”.

5 agosto 2026



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