Fratelli...coltelli
- mesposito238
- 2 dic 2025
- Tempo di lettura: 3 min
“E allora signori, siamo finalmente arrivati alla scelta del coltello…!!!”.
È stato il momento più surreale di una trasferta che per l’avvicendarsi del peggio si sarebbe rivelata dolorosamente indimenticabile.
Mamma Milena, madre del titolare dell’Antica Trattoria del Turbone di Empoli, senza colpa consapevole, con disinvoltura, perizia e un sorrisino che con un pizzico di paranoia ho percepito beffardo, ha interrotto la liturgia del pranzo per lasciarci scegliere tra i cinque coltelli incastrati nel ceppo.
In una braceria chiunque avrebbe capito che l’inopportuno fumettone criminale fosse recitato con consumata lentezza affinché ciascuno avesse il tempo per scegliere quale lama far scivolare e affondare nelle enormi, spesse, rubiconde e comuni chianine toscane stese in tavola e già arrese alle audaci pennellate di grasso sciolto.
Tutti hanno inteso allegramente. Tranne me, turbato da una memoria molesta non ancora rimarginata.
A pranzo nella storica trattoria ad una manciata di chilometri dallo stadio di Empoli eravamo in 15, quasi la metà arrivati la sera prima su un incerto volo Ryanair, atterrato a Pisa a notte fonda a causa delle solite turbolenze sindacali nell’altrettanto solito venerdì.
A tavola i più cinici dell’affamato gruppo hanno lasciato a me, cultore sacrificale della materia, la scelta tra i coltelli seghettati, Pedrini o Brandani oppure lisci del Berti di Scarperia e della Fama di Magnago del Friuli o a lama lunga e unica spagnola.
Cinque bistecche. Cinque coltelli. Cinque anche i gol che a digestione ancora in corso di lì a poco avrebbero spazzato via i miei fantasmi e i sogni sportivi mostruosamente proibiti di tutti. Cabala di un destino spietato.
Nonostante le premesse di un campionato al bivacco, anche ad Empoli siamo arrivati con il solito entusiasmo adolescenziale. La sera prima, nell’aeroporto di casa, di adolescenziale avevamo anche l’incoscienza visto l’angoscioso sciopero dei trasporti proclamato dai sindacati di base. Quattro iscritti, ma che solitamente si svelano impiegati nel posto sbagliato.
Se il volo fosse stato cancellato, come causticamente vaticinato dai consueti uccellacci del malaugurio, capofila mia moglie, nessuno avrebbe avuto il coraggio di tornare a casa. Ad attenderci avremmo trovato un’impronta satanica stampata sulle facce di mogli, fidanzate e taluni anche della suocera, la mia sicuramente, neanche fintamente contrite per la trasferta svanita e l’investimento sbagliato.
Ma “la gente come noi non molla mai”. Maciniamo chilometri in aereo, in treno, in auto. E lo faremmo anche a piedi indifferenti al disappunto che ci lasciamo alle spalle e che ritroviamo tornando a casa e il giorno dopo anche al lavoro. Tutti schierati a chiederci chi ce lo faccia fare. Senza immaginare che per noi la grande meraviglia è andare e stare insieme.
Così diversi l’uno dall’altro, così necessari l’uno all’altro. Tra noi non c’è forma, talvolta neanche rispetto. Soltanto sostanza. Una colla che ci tiene irrimediabilmente appiccicati l’uno all’altro e allo stesso destino.
Noi siamo bambini infiniti perché sappiamo divertirci. Sappiamo ridere del poco e talvolta anche di nulla. Per stare bene ci bastano gli aneddoti. Per trovarci ci basta alzare lo sguardo senza neanche cercarci. Siamo speciali per quello che siamo. Nonostante tutto pensiamo alla prossima trasferta, alla prossima mangiata, alla prossima volta che staremo insieme. Noi saremmo pronti a rivivere tutto, anche sapendo come è andata a finire. Insieme sappiamo vivere il nostro destino, senza rinnegarlo o disprezzarlo.
E così sarà fino a che l’uno continuerà a restare nel destino dell’altro.
Non siamo sciocchi o immaturi come tanti pensano.
Siamo amici come pochissimi sanno esserlo.

2 dicembre 2025



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