Sunday Bloody Sunday
- mesposito238
- 22 ott
- Tempo di lettura: 4 min
Il “cambio di stagione” è la più atroce delle vessazioni coniugali.
Più della domenica a pranzo a casa della suocera. Più del sabato pomeriggio all’Ikea. Il “cambio di stagione” arriva due volte l’anno. La Tari una volta soltanto. Quasi tutte le malattie esantematiche solo una volta nella vita. L’herpes zoster anche mai...
A conti fatti il “cambio di stagione” è la più ricorrente e angosciosa delle catastrofi. Anche tra quelle non classificate come domestiche.
Quest’anno sono riuscito a nascondermi fino alle 18 e 03 del 19 ottobre. Domenica pomeriggio. L’attimo della settimana che più di ogni altro ritieni di averla fatta franca. Quando, senza opporre resistenza, sei ingoiato dal divano. Annientato da una digestione farraginosa. Fiaccato dall’acido lattico di una fatica agonistica mai compiuta. Mimetizzato nell’inerzia dello spartiacque tra la settimana che finisce e quella che inizia. Pavida preda di ogni accadimento sportivo in tv, in diretta o in differita, in chiaro o a pagamento.
Calcio, tennis, formula uno fino all’incomprensibile baseball.
Onestamente erano giorni che vigliaccamente mi compiacevo nel pensiero masochistico di passare l’inverno in maniche corte e con i pantaloni di lino. Pronto ad affrontare con spavalderia ipotermica i giorni più severi dell’anno, senza battere denti e ciglio.
Due settimane prima, sempre di domenica, giorno in cui anche il Signore decise di riposarsi, avevo già visto Simona entrare e uscire dalla cabina armadio. Come un soldatino domestico marciare nell’aria impregnata di lavanda e chiodi di garofano. Spiegare e ripiegare con educata ossessione magliette, camicie e pantaloni. In rigoroso ordine alfabetico dividerli per colore, tessuto e grammatura.
Si è rivelata subito vana la speranza che il rinnovamento stagionale fosse esteso alla mia parte molto residua del guardaroba a cielo aperto.
Fingendomi cenere nell’urna, trattenendo il fiato e il volume della Tv, l’ho vista solitaria seppellire e riesumare, riesumare e seppellire, capi adeguati e inadeguati alla meteorologia che va mutando.
Zitto zitto, scomparso in disparte, ho assistito inerme alla liturgia del “cambio di stagione”. Preoccupato soltanto che il mio sacro ozio domenicale, progetto al quale lavoro per un’intera settimana, potesse finire nella naftalina.
Ma 14 giorni, 18 ore e 3 minuti dopo, mia moglie ha infranto il suo silenzio carico di rancore e si è ribellata allo stato di apparente vedovanza.
Al trentaduesimo “ManontiVergogni” di fila, il primo scagliato a colazione dopo un freddo e istituzionale “buongiorno”, ho intuito che fosse arrivato il giorno della resa delle magliette a maniche corte e dei pantaloni di lino. Del giudizio universale. Del “cambio di stagione” o ti “cambio i connotati”.
Sunday Bloody Sunday cantavano gli U2. Mi chiedo se anche Bono Vox non sia stato vittima di una moglie tiranna che, in una uggiosa domenica di fine ottobre, avesse costretto anche lui al vituperato “cambio di stagione”.
E così spontaneamente ho deposto il telecomando e mi sono consegnato nella mia angusta Guantanamo fatta di mensole, cassetti, grucce e scatole di tessuto.
Alla mia bionda belzebù è bastato uno sguardo per incenerire il desiderio neanche espresso di una pietosa mano.
“E togli definitivamente di mezzo quello che non ti metti più!!!”.
Anche quest’anno mi ha tumulato nella cabina armadio lasciandomi l’ormai tradizionale minacciosa consegna. L’ultimo sordido invito, niente affatto bonario, è stato a non uscire fino a che non avessi finito.
Ribellarmi all’arroganza, anche questa volta, mi sarebbe costata più fatica dell’operosa e silenziosa obbedienza.
Dal (suo) manuale del matrimonio perfetto.
Ma a sorreggere il mio umore c’era un tutorial proposto “casualmente” da Facebook. Un cinese che in ginocchio, alle pendici del suo armadio di bambù, in appena tre mosse piegava, inamidava e conservava una camicia dopo l’altra. Se fossi riuscito a replicare la magia del Monaco social Shaolin, in meno di mezz'ora, non con tre ma con una sola mossa, avrei ripreso possesso del telecomando, del palinsesto sportivo e soprattutto del sacro ozio domenicale.
Ma nulla è andato come avrei voluto che andasse. A partire dalla selezione dei capi da dismettere, intralciata da un conflitto interiore di ostica soluzione.
E’ stato paralizzante il ricordo di quanto mi fosse piaciuta quella camicia color salmone che un giorno ho scelto, ma che non ho mai avuto il coraggio di indossare. A sbloccarmi solo l’ordine affilato della bionda Belzebù.
Quindi, via la camicia salmone; via altre due camicie col colletto talmente liso che anche io me ne sono accorto; via quel pantalone di fustagno nero, sopravvissuto a non so quante legislature, da Renzi alla Meloni; via anche il maglione di fintissima lana merino partenopea regalato a Natale da mia suocera e infiocchettato dal solito ghigno sardonico.
Tutto il resto, il sopravvissuto al generoso giudizio estetico della memoria, l’ho ripiegato maldestramente e impilato in torri precarie di tessuti, da una parte leggeri e dall’altra pesanti.
Anche nella mia angusta parte di armadio lentamente l’estate ha lasciato il posto all’inverno e l’inverno ha trovato posto laddove era appena stato l’inverno. Il “cambio di stagione” si è compiuto accompagnato dal disgusto di mia moglie, silenzioso, pesante ed irripetibile. Sunday Bloody Sunday.
Non mi resta che confidare nel riscaldamento globale e nel cambiamento climatico per evitare l’insopportabile “cambio di stagione”.
Che Greta Thumberg mi perdoni. Un giorno, suo marito, mi capirà....

22 ottobre 2025



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