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"Parimenti..."

  • mesposito238
  • 26 dic 2024
  • Tempo di lettura: 2 min

In queste faticose ore di festa, scandite da una digestione lentissima, su WhatsApp si sta concentrando la peggiore iconografia natalizia. La natività, superata forse e appena dalla morte e resurrezione, è foriera dell’umano peggior gusto innescato da una (talvolta) indiscriminata e (quasi sempre) cieca gentilezza. Anche chi non ha mai trovato posto nella mia rubrica, per demeriti o per assenza di necessità, senza chiedere permesso è riuscito ad attraversare l’accogliente icona ad imbuto verde. Io sul display del cellulare ne ospito addirittura due, una anche destinata ottimisticamente al solo “Business”.

E’ accaduto che il succinto messaggio “Buon Natale a te e famiglia”, troppo arido per non essere sciattamente seriale, fosse accompagnato dall’immagine sfumata ad acquerello della sacra famiglia di Betlemme. L’immanente bambinello riscaldato dal generoso alito del bue e dell’asino presenti dall’inizio del promettente travaglio, ma anche dei Re Magi sopraggiunti alle soglie del battesimo dopo aver seguito l’iconica stella.

Sono arrivate a profusione anche le più svariate immagini del sempreverde abete celtico addobbato con furia cieca di luci, palline, festoni, ghirlande e pure dolciumi.

Senza contare la lunga teoria di ceri bianchi a loro agio ad ogni festa comandata, da quella della mamma e del papà, passando per il 2 novembre, fino a Natale con la medesima fiamma perpetua.

E poi ci sono stati i biglietti animati. Babbi Natale ed elfi tendenzialmente avvinazzati capaci di ballare fino a Santo Stefano se per pietà non fosse stata staccata loro idealmente la pietosa spina. La tarantolata danza accompagnata dalla musica sparata a palla di Natale che non riesci a silenziare prima che abbia scassato i timpani tuoi e dei tuoi cari.

Come negare una parola compassionevole anche per i funamboli della lingua italiana, quelli che in un messaggio che non giunga necessariamente alla subordinata non riescano ad evitare lo strafalcione grammaticale, l’indicativo al posto del congiuntivo. Ma anche ortografico ostinandosi a scrivere “qual è” con l’apostrofo. Quelli che continuano sfacciatamente a dare la colpa al famigerato T9 se hanno digitato e inviato “Buona Feste”. Un messaggio, due parole, un errore. La stitichezza non paga mai.

E così, notifica dopo notifica, chi per scelta o meno non ha mai trovato ospitalità nella rubrica, su WhatsApp si è manifestato dietro un’anonima sequenza di numeri che uniti sarebbero stati un numero di telefono. Nel buio pesto della memoria sono stato costretto a rileggere gli ultimi 5 minuti di messaggi precedenti, sempre che la nostra conoscenza sia durata così a lungo, per avere idea di chi potesse essere. A meno che il timer per i messaggi effimeri non avesse negato anche questa estrema possibilità cancellando una storia che onestamente manco immaginavo di avere. Sono arrivato a pensare che nella peggiore delle ipotesi l’unico strumento per risalire all’identità del mittente potesse essere l’estrazione del Dna.

Ho comunque deciso di rispondere a tutti, quasi tutti, tranne quelli che almeno una frase anche di senso non compiuto si siano impegnati a scriverla. Mi toccherà comunque passare parte delle mie ferie ad alleggerire la galleria del telefono da tutte queste “brutte figure” che ritengo non abbia fatto abbastanza per meritare.

Aspettando la prossima orda di Capodanno con l’irrefrenabile tentazione di rispondere ad ogni pensiero che si distingua per banalità e discutibile gusto con il leggendario, laconico e sprezzante “Parimenti!”.

26 dicembre 2024

 
 
 

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