Patente e libretto
- mesposito238
- 1 feb
- Tempo di lettura: 3 min
È successo ciò che mai avrei pensato mi potesse accadere.
Sono stato affiancato in corsa da un’auto della polizia metropolitana. Dopo avermi sventolato minacciosamente la paletta dal finestrino, mi hanno costretto ad accostare. La loro auto di traverso davanti alla mia. Il traffico intorno e le luci lampeggianti che scassavano un cielo uggioso di una mattina di inverno che non sarebbe più stata una mattina qualunque.
Un incubo. Un altro.
Per ignoranza ho sempre pensato che un agente di polizia metropolitana fosse un vigile urbano che non ce l’avesse fatta.
Ma il karma si è presentato in divisa nel traffico impazzito del mattino, sbattendo sul tavolo della vita il conto al mio pregiudizio.
Dall’auto sono scesi in tre. Si sono avvicinati con passo marziale e lo sguardo attento a sbarrare ogni possibile, ma improbabile, via di fuga. Il più anziano, al centro tra gli altri due, con la sola imposizione di una mano ha disinnescato un desiderio che neanche avevo di scendere dalla macchina.
“Patente e libretto”.
Eccolo lì. Il più classico degli “uno-due” di sostantivi al mento e allo stomaco che non promettono mai nulla di buono.
“Mi scusi, ma cosa ho fatto”.
L’ansia si è mangiata un po’ di voce e pure il punto interrogativo.
“Cosa ha fatto? Mi dia i documenti e poi glielo dico cosa ha fatto”.
Quello al centro, col carisma di chi la carriera ce l’ha più lunga e l’astuzia del giocatore di poker ha preteso di vedere le mie carte prima di mostrare le sue. Gli altri due, che la carriera ce l’avevano evidentemente più corta, scodinzolavano assertivi.
“Quindi?”
Ho incalzato consegnando patente e libretto prima di precipitare nel loro interminabile attimo di silenzio, quello che nei corsi a saldo di comunicazione insegnano sia necessario per dare autorevolezza a quanto verrà detto subito dopo.
“Cosa ha fatto? Non ha dato la precedenza al pedone che attraversava la strada!!!!”.
A chiudere il sospirato oracolo del vigile urbano che non ce l’ha fatta un codazzo compiaciuto di punti esclamativi e un altro interminabile attimo condiviso di silenzio. Il loro appagato, il mio profondamente turbato.
MA VAFFANGUL.
Senza virgolette perché non l’ho detto. L’ho pensato. Una lettera alla volta l’ho infilato nella caustica nuvoletta disegnata accanto alla mia bocca. Un’espressione fortemente insofferente scagliata al karma. Alla sceneggiatura da film sbirreschi degli anni ‘80. A me stesso, inseguito da una sorte collerica.
In un attimo davanti ai miei occhi ha preso forma l’ologramma del pedone barbuto che una decina di macchine prima, svoltando a sinistra, mi sono ritrovato immobile e dubbioso a contemplare il suo verde, con un piede sulla strada, l’altro ancora sul marciapiede e un altro nella fossa se avesse titubato ancora un po’ e avesse scelto il momento sbagliato per passare. Invece è rimasto pietrificato e desolato con l’espressione del gatto in tangenziale a non fare l’unica cosa che avrebbe dovuto fare. Attraversare la strada.
Scrutando con occhio radiografico l’incertezza del barbuto ho scelto di proseguire. Avevo già impegnato l’incrocio e nell’attimo che avevo per decidere ho pensato che proseguire fosse la scelta migliore. Non per cattiveria. Non per inciviltà. Ma per buon senso.
Incrociando lo sguardo del barbuto ho mendicato indulgenza sollevando mollemente la mano destra. L’incrocio di sguardi l’ho ritenuto sufficiente a sugellare il tacito accordo. Consapevolmente e senza nessuna arroganza, mi sono preso una precedenza che effettivamente non mi apparteneva.
Ed è così che si è compiuta “la più catastrofica delle beffe”, come l’ha definita poi la mia poco indulgente moglie. È noto anche a lei, talvolta con un pizzico di fastidio, che per me i pedoni sono sacri, anche quelli incerti e barbuti. Non c’è fretta che mi convinca a non fermarmi sempre, con tutti, ovunque. Con pazienza olimpica lascio scorrere anche quelli che attraversano la strada in diagonale, i più odiosi. Ho massima empatia e benevolenza per le over 70 con le buste della spesa. Scenderei anche a darle il braccio tra un marciapiede e l’altro.
I pedoni sono la mia virtuosa ossessione, insopportabile a chiunque accanto a me abbia fretta di arrivare. Moglie e figlia comprese.
Ho pensato a tutto questo rinchiuso nella mia macchina in attesa dell’ormai certa ostensione del foglio di velina rosa sul quale il più anziano dei tre, dopo un’interminabile camera di consiglio, avrebbe certamente scritto la sua sentenza di condanna.
Se avessi avuto “nulla da dichiarare” mi è stato chiesto a verbale già compilato.
Ho comunque taciuto, per il mio bene.
La struggente infrazione mi è costata 116 euro e 90 pagando entro 5 giorni dalla contestazione e 8 punti da togliere dall’immacolato score sulla patente.
Il mio disappunto resterà per sempre imprigionato in quella nuvoletta appiccicata accanto alla bocca, a disposizione del vigile urbano che non ce l'ha fatta ed in memoria del pedone barbuto che immagino non abbia ancora attraversato la strada…

1 febbraio 2026



Commenti