"Vi dichiaro marito e moglie"
- mesposito238
- 30 set
- Tempo di lettura: 4 min
Che chiunque potesse celebrare un matrimonio, pensavo accadesse soltanto a Beautiful.
Ma nell’imprevedibile realtà è accaduto che “chiunque” questa volta fossi io, abbracciato dal tricolore.
L’unione civile non fosse quella reiterata tra gli sposi seriali Brooke e Ridge, ma quella irripetibile tra i novelli Benedetta ed Edoardo.
Sullo sfondo non l’assolato skiline californiano di Los Angeles, ma il paesaggio spopolato e guastato dall’inattesa pioggia di Nocera Terinese, in provincia di Catanzaro.
Ad approvare la romantica sceneggiatura non la benedizione del patriarca Eric Forrester, ma il benestare di Lucio Di Gioia, sindaco di Cerisano, provincia di Cosenza, comune di 2.892 abitanti ragionevolmente ignoto non solo alla Silicon Valley.
Inutile spiegare chi sono Benedetta ed Edoardo. Loro per me sono molto di più. Di più anche di Brooke e Ridge.
Senza un copione dettato dall’esperienza. Senza la presunzione di raccontare ciò che nessuno sa spiegare. Senza la paura di deludere. Con l’arrogante voglia di sorprendere, ho iniziato la mia incosciente narrazione con un antico proverbio:
“SE AMI UN FIORE NON LO RACCOGLI PERCHE’ COSI’ LO FAI MORIRE.
SE AMI UN FIORE TE NE PRENDI CURA OGNI GIORNO”.
Nel giorno in cui la coppia si unisce “finché morte non la separi”, potente espressione relativa al tempo e alla sua durata e proprio per questo superata dalla scaramanzia, ho preso a picconate la ricorrente retorica coniugale scegliendo di parlare del “non attaccamento”.
“Benedetta ed Edoardo non penso che questo sia in contraddizione con l’idea di comunione. Potrebbe viceversa essere la strada diversa per stare insieme bene e non soltanto per sempre.
Se ci pensate, noi soffriamo perché siamo troppo attaccati. Agli oggetti. Ai pensieri. Ai principi. Alle situazioni. Al passato. Alle persone che diciamo di amare. E accade che siamo così morbosamente legati a qualcuno al punto di diventarne del tutto dipendenti. Facciamo dipendere la nostra felicità, o più semplicemente il nostro benessere, il nostro umore, quello che tutti i giorni ci fa sorridere, ma anche piangere, dalla persona che ci sta più accanto.
Qualcuno, io per primo ancora oggi, penserà che sia normale che la nostra felicità dipenda senza dubbio o altra possibilità da ciò che chi mi sta vicino prova nei miei confronti.
Io mi sveglio la mattina cercando il sorriso di mia moglie. Se lo trovo starò bene tutto il giorno. Se non lo trovo, tutto il giorno penserò a quel sorriso che non ho trovato immaginando che possa essere io la colpa di quel sorriso che non ho trovato.
Ho imparato, però, che una relazione sana, speciale, romantica come la vostra non possa esistere nel momento in cui c’è un attaccamento troppo forte nei confronti dell’altra persona. Sembra esattamente il contrario di quello che ci hanno sempre detto o che abbiamo sempre pensato, cioè che più amiamo una persona più ne siamo attaccati.
Quello che pensiamo sia amore potrebbe rivelarsi, infatti, egoismo.
Forse abbiamo paura che perdendo quella persona potremmo perdere il benessere che ha portato nella nostra vita.
La paura di soffrire possiamo davvero confonderla con l’amore? Se noi amiamo veramente una persona la amiamo in maniera tale che quella persona si senta amata, ma soprattutto libera, di stare insieme a noi, ma anche di andare via.
Forse l’unico modo per amare è amare senza attaccamento. E questo vale per tutti i rapporti. Per migliorare la qualità della nostra vita forse dovremmo diminuire la nostra morbosità nei confronti degli altri. Diminuire l’attaccamento ai nostri desideri, alle nostre aspettative.
Noi ci aspettiamo che gli altri si comportino in un determinato modo. Se gli altri non sono ciò che vorremmo che fossero, siamo delusi, arrabbiati, addirittura feriti. Ci sono momenti che vorremmo perfino controllare l’uomo o la donna che amiamo.
Invece dovremmo imparare a lasciare andare. Smettere di avere desideri e aspettative. Dobbiamo accettare che ciascuno abbia un proprio percorso nella vita.
Ogni forma di attaccamento ci porta alla sofferenza, propria e altrui.
Mia moglie è la persona migliore che la vita mi abbia dato. Ci sono giorni che penso che tutto di me dipenda da lei. Ma lei non è mia. Benedetta non sarà tua. Edoardo non sarà tuo.
Se riuscissimo a capire questo, il nostro rapporto sarebbe molto più sereno. Amare significa avere rispetto per la libertà altrui. Sposarsi non significa perdere la libertà.
Bisogna amare gli altri lasciandoli liberi di essere ciò che sono, con i loro desideri, le loro aspettative, i pregi e ovviamente pure i difetti.
Anzi partite proprio dai difetti per comprenderli subito e farvene una ragione prima.
Il matrimonio ci deve migliorare, ma non necessariamente cambiare.
Edoardo lascia che Benedetta sia sempre ciò che voglia essere.
Benedetta lascia che Edoardo sia sempre ciò che è.
Questo vi renderà l’uno per l’altra per sempre nonostante il tempo e i mille cambiamenti.
La verità è che si ama per far sentire meglio noi stessi e si dovrebbe amare senza aggrapparsi alle aspettative. Soffriamo perché ci aspettiamo che l’altra persona sia come noi l’abbiamo idealizzata, mentre è semplicemente quello che è.
L’uno non deve provare a cambiare l’altra. Nessuno è sbagliato. Ciascuno è diverso.
E la diversità ci deve appassionare non fare arrabbiare.
La diversità, quando è ascolta non separa, ma completa.
Benedetta, Edoardo ascoltatevi senza riserve, senza pregiudizi.
Fate domande senza la presunzione di avere già le risposte e abbiate pazienza, tanta pazienza perché l’amore è soprattutto pazienza.
Perché tutto passa, bisogna soltanto saper aspettare, talvolta anche nascondendosi nelle trincee senza la necessità di scavarle.
Se insieme saprete aspettare, insieme vi ritroverete fuori da ogni tempesta, necessari l’uno all’altra per sapere da che parte andare.
Non alzate la voce, ma fate silenzio e scoprirete che si può amare senza gridare e senza la pretesa di avere sempre ragione.
Sostenetevi, fate sempre il tifo l’uno per l’altra.
Non pretendete l’ordine, ma sappiate cercare con pazienza nel disordine.
Senza fretta, aspettatevi. Aspettavi la sera. Aspettatevi al mattino. E nel resto del tempo passeggiate l’uno accanto all’altra, liberi ciascuno di scegliere la strada. E se la strada sarà la stessa, insieme andrete lontano.
Si perde chi va da solo pensando di conoscere la via.
Edoardo, Benedetta amatevi.
Non vi chiedo di farlo per sempre, oppure per tanto, ma semplicemente per bene, prendendovi cura ogni giorno di voi”.
Dopo il solito difficoltoso scambio delle fedi, “nel nome della legge”, come uno sceriffo dell’amore, ho dichiarato Benedetta ed Edoardo marito e moglie.
Con recitata autorevolezza, prima delle firme sul registro ufficiale, ho invitato gli sposi a baciarsi. Tra le lacrime, le loro, dei testimoni, degli invitati, di un cielo inadeguato a rovinare la festa e quelle dell’officiante ancora una volta sorpreso dalla vita.

30 settembre 2025



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